XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A
Prov 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

OMELIA

"Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero"

Sono immagini della quotidianità quelle presentate in questa pagina dei Proverbi che tesse l'elogio della donna forte. Sono immagini che richiamano innanzitutto ad una fedeltà alla terra, all'operare quotidiano, all'attenzione rivolta alle piccole cose di ogni giorno, dove l'impegno e il dovere del lavoro si fanno luogo di costruzione della casa e quindi di se stessi insieme agli altri.

E sono anche immagini che richiamano ad uno sguardo che non si concentra sui propri interessi, sulla preoccupazione per un accumulo, ma che allarga il suo orizzonte ad incontrare e accogliere il povero. Apre le palme e stende le mani: due gesti che dicono un modo di intendere la vita che non si chiude in una aggressiva rincorsa di beni per se stessi, ma sa offrire spazio agli altri, a chi ha meno possibilità, a chi più fa fatica, al povero. E fiorisce così nello scoprire che proprio quel gesto di aprire la mano rivela la condizione profonda della propria esistenza - l'essere poveri in cammino chiamati a condividere - e può aprire a quella serenità che nessuna ricchezza accumulata può garantire.

"infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: ‘c'è pace e sicurezza!' allora d'improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno fuggire"

L'immagine delle doglie è chiave di questo richiamo di Paolo alla comunità di Tessalonica. Le doglie giungono improvvise, e tuttavia sono un momento atteso, preparato da tempo, desiderato, che giunge al termine di una lunga stagione in cui tutto era proteso verso l'attimo della nascita. Se le doglie sono improvvise tuttavia si collocano come evento che non sconvolge perché è atteso ed anche sperato. Le doglie sono i primi segnali di quell'evento, il passaggio drammatico e gioioso di una nascita, che fa subitaneamente passare dal tempo dei desideri, dei sogni, delle speranze, al tempo dell'incontro, del riconoscersi in volto, del contatto caldo dei corpi. Racchiuso in questa immagine, il riferimento al giorno del Signore assume così i contorni non di un momento di rovina e di minaccia ma di un momento di gioia e di pienezza. Il Signore tornerà in un giorno che sarà giorno di incontro e di compimento di una lunga attesa. Il suo venire sarà compimento di desiderio e di impegno vissuto nella tensione e nella responsabilità. Certamente esso comporta anche rovina: rovina sarà lo smascheramento di tutte le costruzioni di pace attuate per sé nel disinteresse per gli altri, rovina sarà anche la scoperta della vacuità di ogni inseguimento di sicurezze come difesa di propri interessi e privilegi, senza tener conto della presenza del Signore nella propria vita e del grido dei poveri.

"Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni"

La parabola dei talenti inizia con due verbi importanti che forse sono la chiave per intendere tutto il resto. Avverrà come a un uomo che chiamò e consegnò… Chiamare e consegnare sono i due orizzonti entro i quali è posta la vicenda dei servi della parabola. Chiamati ad un rapporto che non riguarda solamente i beni ma la presenza e l'attesa dell'uomo, il padrone di casa, che a loro si affida. Depositari di una consegna che indica la fiducia, ma anche li pone in una condizione non di possessori, ma di affidatari. I beni, le cose loro date non divengono di proprietà, ma rimangono affidati. I talenti, benché dati in misura diversa non costituiscono proprietari, ma persone chiamate a riconoscere che li hanno ricevuti in consegna. Pochi o tanti non importa. Ciò che diviene importante è il rapporto con chi loro affida ciò che è suo, e il dinamismo della consegna in cui essi sono coinvolti. Chiamati quindi da quel momento in poi, a vivere la responsabilità di una consegna, nell'attesa di una riconsegna. Chiamò e consegnò: questi due verbi indicano un'azione, un dinamismo, una storia di relazione che da lì inizia ed apre ad un'attesa vissuta in un rapporto ed è riempita anche di un compito. Rispondere alla consegna offerta.

Si potrebbe leggere entro questi due orizzonti allora la vita della comunità che segue Gesù: è un'esistenza segnata da una chiamata, invitata ad accoglierla, spinta ad un coinvolgimento in una relazione che percorre la storia. Anche se il tempo dell'attesa si prolunga non viene meno la chiamata. Nel quotidiano questa si rinnova e, insieme ad essa, l'affidamento. La comunità che attende Gesù nel suo ritorno è invitata a scoprire di essere responsabile: ha avuto cose prestate da riconsegnare come cose importanti. Non solo da custodire gelosamente, ma da coltivare come doni che possono portare frutto abbondante. Le parabole presentano un insegnamento di Gesù da leggersi insieme accanto le une alle altre. Certamente questa parabole sottolinea la dimensione della risposta ad una consegna: tanto o poco non importa, ciò che è importante è scoprire la responsabilità nell'incontro.

Questa parabola viene spesso interpretata indicando la necessità di porre a frutto le proprie capacità e le qualità umane. Si tratta di una linea interpretativa che, se da un lato coglie l'esigenza dell'impegno che certamente è presente tuttavia piega la parabola stessa ad un quadro di pensiero segnato dal primato dell'efficienza e della visibilità delle opere. Soprattutto non tiene conto di una specificità delle parabole, da leggersi non a partire dai singoli elementi ma nel quadro dell'intera struttura della narrazione con attenzione al punto focale dell'intero racconto. L'intera parabola procedere infatti verso un vertice costituito dal dialogo tra il padrone e il terzo servo al suo ritorno: i primi due sono elogiati ma questi dialoghi servono da preparazione, per contrasto, al terzo dialogo. Il terzo servo viene infatti rigettato non perché abbia compiuto qualcosa di sbagliato ma perché non ha fatto nulla e soprattutto perché egli stesso non è uscito dalla condizione di paura in cui egli ha inteso il rapporto con il padrone.

A partire da una esperienza che poteva essere alla portata dei suoi uditori Gesù introduce il riferimento ad un altro piano: ‘entra nella gioia del tuo padrone'. È l'invito rivolto ai servi, chiamati con l'appellativo ‘servo buono e fedele': è un rapporto che va ben oltre la possibilità umana di relazione tra un padrone e i suoi servi. Gesù conduce i suoi ascoltatori ad intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti non sono le doti personali di ciascuno, piuttosto un dono gratuito e inestimabile: un talento era unità di misura per metalli preziosi, ed indicava decine di chili d'oro; a livello monetario equivaleva a circa 6000 dramme o denari quando la retribuzione giornaliera di un operaio era circa di un denaro al giorno. Una ricchezza spropositata quindi. I talenti indicano quindi l'affidamento di un dono senza misura che richiama ad una responsabilità. Il terzo servo non ha compreso che l'autentica ricchezza è costituita proprio dal rapporto con quel padrone che chiama, nel quale Gesù tratteggia il volto di Dio Padre: l'essere stato chiamato, l'aver ricevuto in consegna i suoi beni. Si fa bloccare dalla paura e dal sospetto, si lascia rinchiudere in un'idea preconcetta che lo rende incapace di agire: "So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso". Ha considerato il talento come cosa estranea, non carica di una attesa e di un affidamento. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con tutta la sua vita. Con riconoscenza e creatività. E' questa la gioia a cui Gesù intende aprire i cuori di chi lo ascolta.


Dalla Parola alla preghiera

Donaci, o Padre, di essere attenti alle piccole cose del quotidiano della nostra vita come luogo di fedeltà a Te e alla tua Parola…

Apri il nostro cuore, Gesù, Signore della vita e della storia, a vivere il presente nel segno dell'attesa e della speranza della tua venuta…

Manda il tuo Spirito Signore perché siamo attenti ad accogliere le chiamate diverse di Dio nella nostra vita e viviamo tutto quello che siamo e che abbiamo come realtà affidate, per poter rispondere con amore alla consegna che ci è stata fatta…

Donaci o Padre di scoprire come i talenti ricevuti si moltiplicano nella condivisione e nel servizio agli altri. Aiutaci a valorizzare i doni degli altri e a vivere uno scambio di doni autentico nella vita delle chiese, nel dialogo interreligioso, negli incontri e occasioni quotidiane


La Parola dei Padri

"Il servo che ha ricevuto cinque talenti è il popolo dei credenti uscito dalla Legge: partito da questa ha raddoppiato il profitto, operando in modo onesto e retto il compimento della fede evangelica (…)
Il servo, invece, al quale sono stati consegnati due talenti, è il popolo dei pagani, giustificato mediante la fede e la confessione del Padre e del Figlio, e che ha confessato nostro Signore Gesù Cristo Dio e uomo per lo Spirito e la carne. Con il cuore infatti si crede e con la bocca si fa la professione di fede. Questi quindi sono i due talenti che gli sono stati consegnati. Ma come il primo aveva conosciuto tutto il mistero nei cinque talenti, cioè nella Legge, e lo aveva raddoppiato mediante la fede evangelica, così il secondo ha avuto il merito di accrescere i suoi due talenti mediante le opere. E malgrado la differenza nella consegna e nella restituzione, c'è una stessa ricompensa da parte del Signore per entrambi, affinché sapessimo che la fede dei agani è considerata in maniera uguale alla conoscenza di coloro che credono a partire dalla legge. Infatti con la stessa lode è invitato a entrare nella gioia del Signore. E se raddoppia la somma ricevuta è perché hanno aggiunto alla fede le opere e hanno compiuto nei fatti ciò a cui avevano creduto con la mente"
(Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo XXVII, 7-8, trad. L.Longobardo CTP 74, 274-275)


Uno spunto da…

Una poesia di Borges intitolata I giusti (da La cifra, 1981, in J.L. Borges, Tutte le opere, vol. II Meridiani Mondadori, 1986), richiamando a gesti quotidiani e alla fedeltà alla terra nelle piccole cose e in quelle scelte ordinarie che costruiscono in profondità le persone, si fa suggerimento dell'intuizione che persone sconosciute, che vivono le cose e il tempo quotidiano come affidamento e responsabilità, persone che si ignorano, stanno salvando il mondo…

I giusti
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.



Dalla Parola alla vita
Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, è stato uno dei partecipaneti alla giornata di pellegrinaggio e preghiera per la pace ad Assisi il 27 ottobre u.s. (L'anglicano Williams: silenzio e povertà, in ascolto di Francesco, "Avvenire", 27 ottobre 2011). Riflettendo sul senso di questo incontro ha sottolineato la testimonianza di Francesco d'Assisi e la dimensione della povertà che sta al cuore di un autentico atteggiamento di ascolto reciproco che in radice si connota come apertura all'altro, capacità di silenzio, riconoscimento dei doni presenti in lui e nel suo cammino e disponibilità a ricevere: "il silenzio dell'amore sollecito fa emergere la verità, e che della verità non si deve aver paura". Solo nell'incontro vissuto nella povertà può emergere quella parola che è verità e sta al cuore di tutta la creazione:
"Per san Francesco d'Assisi, il presupposto di ogni dialogo era la povertà. Intendo riferirmi a tutto il ministero di Francesco. Non si può parlare di dialogo senza includere l'ascolto reciproco, e non si può prestare ascolto senza ammettere una qualche forma di povertà interiore, come la povertà del silenzio, che ci serve per ascoltare le parole dell'altro, e la povertà di riconoscere che l'altro può donarci qualcosa di cui abbiamo bisogno. Povertà di spirito vuol dire rimanere in silenzio affinché l'altro – che si tratti dell'ambiente fisico, del mondo animale, del credente di fede diversa o del non credente – possa essere ascoltato con sincerità. Non è certo il silenzio del dubbio o del relativismo. È povertà fondata nella ferma convinzione dell'assoluta realtà di Dio rivelata dal Cristo incarnato e, come dimostra la vita stessa di Francesco, nelle piaghe di Gesù crocifisso. È fondata nel convincimento che l'amore per Dio è saldo e forte abbastanza da superare l'opposizione più intensa e ostinata, che il silenzio dell'amore sollecito fa emergere la verità, e che della verità non si deve aver paura. Negli incontri di Assisi dovremo ascoltare Francesco e chiedergli di pregare per noi. Nel nostro dialogo dobbiamo trovare il coraggio di stare in silenzio insieme: non già perché non abbiamo niente da dire o nessuna verità da condividere, ma in quanto consapevoli, e grati, che Cristo ci ha assicurato un posto nella sua vita e preparato per noi incontri in cui lo ritroveremo e riconosceremo in persone e situazioni diverse. Dobbiamo trovare il modo di parlarci e ascoltarci l'un l'altro in maniera tale da lasciar emergere il logos, quell'energia e interazione che sta alla base di tutto il creato e che sorregge egualmente la giustizia e la contemplazione".

La parabola dei talenti è stata interpretata come motivazione ad uno sviluppo di sistemi economici che hanno posto al centro in modo assoluto la dimensione del profitto e dell'arricchimento. Viviamo un momento di crisi economica che segna le vicende di paesi e pesa soprattutto sui più deboli. E si diffonde l'inquietudine di chi si interroga su questa crisi globale. Chi ha protestato davanti a Wall Street o i movimenti di chi nel mondo ha dimostrato indignazione di fronte ad un sistema che toglie il futuro ai giovani ha espresso la percezione del fallimento in atto di un sistema. Tale crisi di un sistema basato sulla ricerca del profitto e sulla mercificazione di ogni cosa e persona apre a considerare il cammino da compiere di fronte ad un male che non è visibile e clamoroso, ma si annida nella nostra normalità in modo ‘banale'. Franco Cassano (La tirannia dell'individuo che consuma la società "la Repubblica" 5 novembre 2011) riflette su questi temi e suggerisce importanti provocazioni:

"Il danaro possiede la straordinaria capacità di incrementare la libertà dell'individuo, perché chi desidera un bene oggi non deve più chiedere l'autorizzazione a nessuno, seguire regole o principi, ma solo possedere la somma necessaria per acquistarlo. L'individuo è la massima potenza relativistica, che si libera da tutte le soggezioni personali e normative consegnandosi all'unica soggezione del danaro. Espansione della libertà individuale ed espansione della forma danaro sono quindi due facce della stessa medaglia: da un lato il danaro favorisce la dissoluzione di tutti i legami che frenavano la libertà individuale, dall'altro l'espansione di quest’́ultima richiede la smisurata estensione della forma danaro e del mercato. Il mondo nel quale l'individuo e l'individualismo si diffondono è quindi lo stesso in cui un ́area vastissima di relazioni, esperienze e prestazioni precedentemente escluse dalla sfera dell'universale scambiabilità (la cura, il corpo, gli affetti, l'attenzione per l'altro, ecc.) diventano merci. Anche in questo caso è la dismisura, lo strapotere di una forma, ad occultare la realtà: un mondo in cui tutto è in vendita altro non è che l'organizzazione quotidiana e sistematica della tentazione. La famosa massima di Oscar Wilde: "a tutto so resistere tranne che alle tentazioni" ha perso il suo carattere trasgressivo ed è diventata banale, la regola imperante in un mondo affollato da miriadi di piccoli Wilde.
Non può quindi destare meraviglia che in questo mondo di individui "liberi" il capitale finanziario divenga la forma universale di connessione sociale, il luogo di concentrazione di un potere capace di governare il destino di un ́enorme massa di esseri umani. Individuo e capitale finanziario possono conoscere momenti di conflitto, ma, essendo, come si è detto, due facce della stessa medaglia, sono legati a filo doppio. Mentre l'individuo erode, dal basso, ogni legame non volontario, il moto perpetuo del capitale finanziario erode, dall'alto, tutte le istituzioni fondate su principi diversi da quello dell'incremento dei profitti. L'individuazione di questa connessione tra individualismo radicale e dominio del capitale finanziario, che sfugge a gran parte della cultura laica, ci fornisce un’́indicazione anche se solo iniziale su come agire. Negli ultimi mesi e a partire dagli Stati Uniti, la necessità di riportare sotto un controllo comune il capitale finanziario sembra essersi fatta spazio nella coscienza dei movimenti giovanili. Ma il passaggio non sarà né facile né lineare: frenare il predominio globale del capitale finanziario sarà possibile solo se l'individuo saprà uscire dalla sua forma attuale ed imparerà a muoversi insieme agli altri individui, a costruire prospettive nuove e parametri alternativi rispetto a quelli dominati dalla connessione tra individuo e danaro, senza cadere in altre dismisure, nella trappola di comunità chiuse e contrapposte tra loro. E' un processo lungo, impegnativo e difficile, che ci chiederà di guardare in modo diverso anche ciò che amiamo. Ma capire quanto intricato e doloroso sia il nodo che si vuole sciogliere è la premessa di ogni vero cambiamento".

Alessandro Cortesi op


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